«Sei davvero convinta di piacermi meno di quanto io piaccia a te?», mormorò facendosi più vicino e inchiodandomi con i suoi occhi intensi e dorati. La mia mente si svuotò, non ricordavo neppure come si respira. Mi tornò il fiato soltanto dopo aver posato lo sguardo altrove. «Lo stai rifacendo», dissi fra i denti. Sgranò gli occhi, sorpreso. «Cosa?». «Stai cercando di incantarmi», ammisi, tornando ad ammirarlo. Dovevo restare lucida. «Ah», rispose, accigliato. «Non è colpa tua», sospirai. «Non ci puoi fare niente». «Mi vuoi rispondere?». Abbassai lo sguardo. «Sì». «Sì mi vuoi rispondere, o sì ne sei davvero convinta?». Riecco l'irrita-zione. «Sì ne sono convinta». Tenevo il capo chino verso il tavolo, gli occhi fissi sulle false venature di legno stampate sul laminato. Il silenzio iniziava a pesare. Mi rifiutavo di essere io la prima a romperlo e resistevo con tutte le forze alla tentazione di sbirciare per cogliere l'espressione sul suo volto. Infine fu lui a parlare, a bassa voce: «Ti sbagli»